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«Nel folto dei sentieri», raccolta di liriche di Umberto Piersanti
Oltre il nulla tra i fiori del sogno

di Paolo Lagazzi - QUIDCULTURAE.COM e QUIDCULTURAE.COM


Come molte liriche di Attilio Bertolucci, i versi più belli di Umberto Piersanti sono gli echi, le cadenze, i frutti di un inesausto, vibrante cammino. La vita chiama, non ci si può sottrarre… Anche la nuova raccolta del poeta di Urbino “Nel folto dei sentieri” è un intreccio di gesti, sguardi, respiri tra macchie, radure, forre, calanchi, crinali ancora ardenti di luce, ma minacciati da un “tempo nuovo” di ombre, cose assurde, plastica, metalli, fantasmi. Incapace di accettarne le scosse e i sussulti, spesso il protagonista sente il bisogno di sostare osservando ciò che gli appare incomprensibile: il “fiume” incessante del reale, e in esso il pulllulio degli umani, i loro volti, le loro voci, i loro viaggi vuoti, senza senso.

Subito dopo, tuttavia, il richiamo dei sentieri tra i carpini, le querce o gli ornelli rinasce, il respiro ritrova il suo ritmo, il passo di nuovo s’inarca come un’ultima fitta di eros… Tutto ciò che resta di vero si annida tra le pieghe dei momenti, nel sapore segreto delle occasioni, nel profumo dei fiori, delle foglie e dell’erba, o è una serie di doni, scintille, evocazioni della memoria – evocazioni labili come lucciole fuori stagione o fotogrammi bruciati, eppure ancora capaci di suscitare dal fondo del passato attimi epifanici, colori irripetibili, morbide estati o Natali corruschi, prati azzurri e nevi d’argento, figure insieme evanescenti e immortali, fragili come l’aria e icastiche come sacre icone.

Esposto più di qualsiasi altro testo di Piersanti al sentimento dell’indecidibile, perennemente sospeso tra ciò che è e ciò ch’è stato, fra la dura minaccia del nulla e un bisogno inesausto di abbandonarsi alla rêverie, “Nel folto dei sentieri” è un libro ricco di contrasti: stretto, da un lato, dalla morsa del tempo in fuga, dall’altro evoca “l’Aperto”, il seme immenso del possibile, o afferma che “il tempo non esiste, / va avanti e indietro”, ci soffoca e ci carezza; incerto come un viluppo di brume purgatoriali, sa sempre, miracolosamente, cogliere delle apparizioni vivide, delle immagini salvifiche: una margherita fiorita nel cuore dell’inverno, il rosa “tenace” dei ciclamini vincente sulle voragini del grigio…

Questo movimento a zigzag non ha tregua. Non c’è un punto d’approdo: la vita è anche morte, ogni bellezza è attorniata da siepi di spine. Il figlio Jacopo ha smarrito la propria grazia infantile, il suo riso “stridulo” inquieta chi lo sente, e se condivide ancora col padre il rito del presepe le sue mani forti si accaniscono a sbriciolare “la terra attaccata / sotto il muschio”… Eppure non ha senso cedere a pensieri disperati: ogni mattina fresca d’aria azzurra invita alla dolcezza dei ricordi, ogni estate “riscalda” il sangue, rinnova gli occhi e le mani. Tutto è meravigliosamente e dolorosamente in bilico: ciò che seduce è anche ciò che condanna: le libellule in settembre sciamano “diafane e fitte”, di continuo esposte alla cattura ingorda dei balestrucci, “ma riprendere il volo / è necessario”…

Una volta che abbiamo compreso che nessuna certezza ci attende, forse dovremmo solo trovare in noi il coraggio di essere, fino in fondo, leggeri, forse dovremmo solo camminare, abbandonarci: “chi non sa dove andare / meglio cammina, / nel buio che s’annuncia / conviene perdersi, / i sentieri tra i campi sono infiniti, / la fonte sta dovunque / o in nessun luogo”

 
 
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